Addio a Ernesto d'Ippolito, principe del foro e big del Goi

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Si è spento a 84 anni il celebre penalista che fu gran maestro onorario del Grande Oriente

Alla fine l’età e gli acciacchi hanno avuto la meglio: Ernesto d’Ippolito, big del Foro di Cosenza, si è spento all’età di 84 anni.

Coltissimo, ipergarantista come tutti gli avvocati penalisti consci del proprio ruolo, d’Ippolito era noto per la ruvidezza dei suoi atteggiamenti, che accoppiava a uno stile e a un rigore a prova di bomba.

Era il classico uomo d’altri tempi, imbevuto di cultura umanistica e amante di una certa retorica che, in bocca sua, non stonava. Lo si potrebbe definire un uomo del novecento con una formazione ottocentesca e lo sguardo intellettuale rivolto al passato.

Non a caso, tra i suoi vari incarichi c’era quello di presidente dell’Accademia Cosentina, una delle più antiche istituzioni culturali d’Italia, di cui faceva parte praticamente da sempre e che aveva tentato di salvare dal declino con un attivismo insospettabile in un anziano dalla salute non proprio solidissima.

Il meglio di sé, comunque, lo ha dato nella professione, esercitata con una passione e una competenza che gli hanno procurato la stima dei suoi colleghi: già presidente della Camera penale di Cosenza, d’Ippolito è stato eletto successivamente presidente delle Unioni degli ordini forensi calabresi e ha ricoperto incarichi nazionali anche nell’Ordine degli avvocati.

Era amante della puntualità a livello maniacale, tant’è vero che arrivava sempre in anticipo nelle udienze e agli incontri pubblici e non esitava a maltrattare chiunque, magistrati inclusi, non facesse altrettanto.

Allergico alla tecnologia, rifiutava l’uso del telefonino con una battuta: «Il cellulare è destinato ai detenuti». Chissà che ne penserebbero i suoi colleghi che, spesso, chattano con lo smartphone anche mentre attendono il loro turno in udienza.

In compenso, era un amante della buona tavola e un intenditore raffinatissimo di vini e di grappe.

Liberale a tutto tondo, aveva militato nel Pli, di cui era stato segretario regionale e per cui aveva ricoperto incarichi rappresentativi nelle istituzioni.

Ma la sua vera passione restava la massoneria, di cui era un convinto adepto.

Fu iniziato giovanissimo nel Grande Oriente d’Italia, di cui percorse tutti i gradini esoterici e in cui ottenne il ruolo di gran maestro onorario. Non a caso, d’Ippolito dedicò il suo ultimo intervento pubblico, redatto agli inizi di marzo, alla polemica nei confronti della Commissione parlamentare antimafia, che interpretò in maniera assolutamente controcorrente.

Nel Goi (e non solo) d’Ippolito godeva della fiducia e della stima di tanti: salvò la sua obbedienza quando, in seguito all’inchiesta condotta dal procuratore Agostino Cordova, si verificò la scissione promossa da Giuliano Di Bernardo e difese in giudizio Licio Gelli, lo storico (e discusso) maestro venerabile della loggia P2.

Ultimo protagonista della generazione dei principi del foro meridionali, d’Ippolito lascia un vuoto e molti rimpianti nella nuova leva di legali, buona parte della quale si era formata nel suo studio.

Ora che si è congedato definitivamente ed è, per dirla nel gergo dei massoni, passato all’Oriente Eterno, non ci resta che salutarlo con un’osservazione: dovunque sia diretto, siamo sicuri che ci arriverà in anticipo per essere puntuale, anche a costo di fare anticamera. E non esiterà a rimbrottare chi non farà altrettanto.

Per saperne di più:

La lettera aperta di Ernesto d'Ippolito

 

 

 

 

 

  

 

 

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