De Crescenzo e i no Lombroso: i neoborbonici si raccontano. Male

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Tuesday, 26 September 2017 18:14

Stroncare libri è la cosa più difficile per chi li recensisce. Non che, a dispetto della crisi, il mercato non sia inondato da patacche e prodotti indegni, anzi.

È difficile perché nessuno leggerebbe un libro con l’intenzione di stroncarlo e perché, di solito, nessuno riesce a terminare un libro che stroncherebbe.

Nel caso di alcuni prodotti editoriali provenienti dalla galassia neoborbonica è quasi un obbligo fare delle sane eccezioni: non solo per mettere in guardia il lettore comune, che potrebbe essere tentato da qualche titolo forte e da tematiche avvincenti, ma anche perché certi libri aiutano a capire con chi si ha davvero a che fare. Cioè a capire chi siano gli animatori di tante polemiche tracimate dal web nelle piazze, nelle aule giudiziarie e nei consigli regionali.

A capire quale sia la sostanza dei più rumorosi movimenti sudisti che pretendono di riscrivere la storia per approdare in politica. E, c’è da dire, quasi ci sono riusciti. Hanno sfiorato il bersaglio i neoborbonici di Gennaro De Crescenzo, in prima fila nella battaglia per la giornata della memoria dedicata alle vittime del Risorgimento. Lo hanno sfiorato anche i militanti del Comitato tecnico-scientifico “no Lombroso”, che sono riusciti a trascinare in giudizio l’Università di Torino e il Museo Lombroso per ottenere la restituzione del cranio di un presunto brigante, Giuseppe Villella, diventato simbolo del Meridione oppresso e sterminato dai piemontesi

È il racconto di un’autopercezione, Ma non solo: certe pubblicazioni sono funzionali soprattutto a una rozza e tuttavia efficace operazione di marketing politico, con cui i galattici si raccontano per presentarsi. Si presume a un pubblico non troppo allenato alla lettura e piuttosto digiuno di storia.

Difficile pensare altro quando si sfogliano le 335 pagine di Noi, i Neoborbonici! Storie di orgoglio meridionale di Gennaro De Crescenzo e le 530 di Cento città contro il Museo Cesare Lombroso. La barbarie della falsa scienza inventa le due Italie di Domenico Iannantuoni, Rossana Lodesani e Francesco Antonio Schiraldi (pubblicati, rispettivamente, nel 2016 e nel 2015 a Milano dalla Magenes).

I due gruppi, cioè il Movimento Neoborbonico e il Comitato tecnico-scientifico “no Lombroso”, sono collegati tra loro e mirano all’egemonia in questo cantuccio dell’opinione sudista, difficile da quantificare, a metà tra la cultura (intesa soprattutto in senso antropologico) e politica (in questo caso confinata alle velleità) e ciò consente di leggere assieme i loro volumi.

Noi, i Neoborbonici!, tuonante e retorico sin dal titolo declamatorio ed esclamativo, è l’autobiografia non tanto del Movimento, ma di De Crescenzo, suo fondatore e presidente sin dall’origine, che data al lontano ’93.

A leggerla bene, la narrazione decrescenziana offre qualche spunto. Ad esempio, consente di collegare la nascita del Movimento alla particolare situazione politica dei primi anni ’90, in cui da alcuni spezzoni del vecchio Msi nacquero dei suggestivi tentativi di leghismo meridionale: fu, per citarne uno, il caso di Calabria Libera, e, per quel che riguarda De Crescenzo, del Fronte del Sud di Angelo Manna, poeta, giornalista e deputato missino, che iniziò, anzi riesumò, i motivi polemici borbonici che De Crescenzo e i suoi avrebbero trasformato in un’ideologia sui generis.

La poesia di Manna diventa una prosa rozza in mano ai decrescenziani. Giocato tra l’autobiografia, il racconto storico e la propaganda, con toni che oscillano tra l’autoesaltazione e la polemica, Noi, i Neoborbonici!, è pieno di vezzi piccoloborghesi: l’autore ribadisce i propri titoli (e cioè: laureato in Lettere e quindi prof, archivista ed esperto in Scienze della comunicazione) non solo nell’aletta di quarta ma in più punti del volume, rivendica la frequentazione e l’amicizia con alcuni big, tra cui Alfonso Scirocco, storico di vaglia e pezzo da novanta della Società Napoletana di Storia Patria, del quale vanta di essere stato allievo all’Università, del compianto Nicola Zitara, e Roberto Maria Selvaggi, che qualche motivo per essere neoborbonico l’aveva, dato che era un barone legato alla casata dei Borbone.

I contenuti? I soliti: si va dai primati borbonici, rievocati con minuzia da archivista e toni didattici a volte fastidiosi (una cosa è divulgare un’altra insegnare), alla consueta controstoria del Risorgimento, dipinto come un’immensa rapina condita da stupri e massacri. La solita solfa, insomma. A completare il tutto l’italiano non proprio a prova di bomba con cui l’autore racconta i fatti, anzi i fatterielli. A tacere di qualche bugia seminata qui e lì. Ad esempio, sul confronto con lo storico Alessandro Barbero, svoltosi a Bari nel 2012, che De Crescenzo rivendica come una vittoria culturale, a dispetto del fatto che la ripresa dell’evento ancora in rete su Yotube dimostri il contrario. Non si entra nel merito dei documenti d’archivio citati dal Nostro, semmai ci sarebbe tanto da discutere dell’interpretazione che ne viene data. Ma non è questo il luogo.

Noi, i Neoborbonici! sta alla galassia sudista come il Mein Kampf al Partito Nazionalsocialista e ai movimenti volkish degli anni ’20: rappresenta il tentativo del suo autore di imporre un’egemonia a tutta un’area altrimenti vasta e disunita. Resta da capire se i numeri della rete corrispondano a quelli della realtà e se dietro l’attivismo di De Crescenzo vi sia qualcosa di più della velleità politica.

Il discorso diventa più kitch in Cento città contro il Museo Cesare Lombroso. Dei tre autori (Innantuoni non perde occasione per ribadire di essere Ing., la Lodesani è maestra elementare, anche piuttosto brava, e Schiraldi è un avvocato civilista), nessuno sembra avere i requisiti scientifici per occuparsi di argomenti, la figura e il pensiero di Lombroso, che hanno occupato a lungo studiosi qualificatissimi.

Non è una questione di titoli, si badi, ma di numeri. Si può censurare Lombroso anche da autodidatti, purché si sia in grado di imbastire un discorso scientifico.

Non è il caso dei tre autori, che mescolano ricostruzioni raffazzonate, revisionismo spicciolo e invettive. Dirette non solo a Lombroso, trattato come una sorta di novello Alfred Rosenberg o Joseph Mengele, ma anche a Silvano Montaldo, il direttore del Museo Lombroso, a cui viene rinfacciato un presunto (e maleducato) tono baronale, e a Maria Teresa Milicia, docente universitaria e antropologa, rea di aver smantellato uno dei punti centrali del racconto del Comitato “no Lombroso”: la leggenda metropolitana secondo cui Giuseppe Villella, dal cui cranio Lombroso ricavò la teoria del delinquente nato, fosse un soldato borbonico datosi al brigantaggio e sottoposto ai rigori della legge Pica.

Sfogliare questo volume, che termina con una corposa raccolta di frasi di sostenitori e ultrà della causa neoborbonica, è arduo. Al più, se ne ricava una confusione incredibile di idee e concetti, ripetuti ossessivamente con toni forti, come se gridare sempre le stesse cose le rendesse vere.

Se questa è un’autonarrazione, siamo decisamente lontani dal garbo giornalistico con cui Lino Patruno nel suo Fuoco del Sud (Rubbettino, Soveria Mannelli 2011) racconta i protagonisti e i movimenti della galassia, e non certo da posizione terza.

Stupisce che gli autori di questi due libri siano stati ospiti di scuole e università, dove hanno potuto arringare, spesso senza filtri, scolaresche e aule zeppe di studenti.

E non per quel che professano, perché nessuno, men che meno chi scrive, ha il diritto di censurare chicchessia. Ma per una questione di metodo: non si può pretendere di riscrivere la storia, magari a scopi politici, senza essere storici, né, soprattutto, di insultare il prossimo con toni a dir poco sopra le righe, cose che gli addetti ai lavori veri di solito non fanno.

La Storia, come la vita, è altrove.

 Saverio Paletta

 

 

 

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