Usura bancaria, una battaglia giudiziaria durata 15 anni

Un imprenditore agricolo calabrese rischia di perdere tutto per le pretese della banca. Alla fine scopre di essere creditore

Poteva davvero finire male, perché per un piccolo operatore economico 87mila euro sono una bella somma. Quella, per la precisione, che il Banco di Napoli aveva preteso nel 2002, con tanto di decreto ingiuntivo dell'allora Tribunale di Rossano, da un imprenditore agricolo dello Jonio Cosentino, titolare di un conto corrente che utilizzava per la propria attività, e da sua moglie, garante del rapporto con la banca.

Una pretesa forte e insostenibile per la coppia, che ha rischiato di perdere tutto e di dover vendere la propria abitazione. Inutile dire che la pretesa della banca si fondava su un credito usurario. E non è un caso che le pratiche dell’usura bancaria siano iniziate ad emergere come emergenza proprio ad inizio millennio, anche grazie al riflusso economico che sarebbe sfociato nella crisi del 2008.

Per provare che il credito vantato dal Banco di Napoli fosse usurario ci sono voluti quindici anni e tre gradi di giudizio, sostenuti con l’aiuto di Fernando Scarpelli, avvocato e delegato calabrese dell’Adusbef (Associazione difesa utenti servizi bancari e finanziari).

Vale la pena di fornire una rapida sintesi dei tre complicati passaggi della vicenda giudiziaria della famiglia rossanese.

Nel processo di primo grado è stata ottenuta la revoca del decreto ingiuntivo e la riduzione della somma, proprio in seguito all’accertamento della nullità delle clausole usurarie che gravavano sul conto corrente.

Più complicato l’Appello a Catanzaro, da cui è derivata un’ulteriore riduzione del debito a circa 40mila euro. C’è da dire che, per ottenere questo risultato, sono servite tre perizie contabili.

L’ultima parola l’ha avuta la Sesta sezione civile della Corte di Cassazione, che ha ribaltato del tutto la contesa a favore dei debitori. Infatti, secondo gli ermellini i calcoli della Corte d’Appello erano sbagliati e la famiglia calabrese non solo non doveva un euro alla banca, ma ne era addirittura creditrice. E non proprio di spiccioli: ammonta infatti a 200mila euro più le spese legali la somma che il Banco di Napoli deve dare ai correntisti, stando alla recentissima sentenza (risale all’undici maggio) dei giudici romani, che ha annullato la decisione dell’Appello. La palla torna alla Corte di Catanzaro, che dovrà ricalcolare tutto il rapporto correntizio, stavolta in favore degli ex debitori.

Un lieto fine sofferto dopo una lunga battaglia giudiziaria.

 

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