Medemo, da Firenze la risposta agli White Stripes

"Io sono il mondo": tanta rabbia e voglia di crescere nell'ep d'esordio del giovanissimo duo toscano dedito all'indie rock. 

Diciamo subito due cose. La prima: i Medemo, un duo fiorentino costituito dal cantante chitarrista Emanuele Tarchi e dal batterista Tiziano Pratesi, sono ragazzi in gamba. La seconda: come tutti i ragazzi devono trovare una direzione precisa per maturare artisticamente, perché i tempi dei capolavori scritti dai neomaggiorenni sono lontani.

La scelta dei due toscanacci è piuttosto radicale: Io sono il mondo, l’ep che i due hanno lanciato sulle principali piattaforme a inizio maggio dopo alcuni mesi di sala prove, è un esempio di indie rock minimale, solo chitarra e batteria. Per capirci, un po’ alla White Stripes, che fanno parte dell’album di famiglia del duo.

Il punto di forza dei Medemo è la compattezza sonora, sorretta dalle buone capacità tecniche dei giovani fiorentini, che assieme fanno quarant’anni. Massiccio e dinamico il drumming di Pratesi, ottimo e ben curato il riffing di Tarchi, a suo agio sia con le timbriche pulite sia col distorsore a palla e capace di riempire il sound al punto da non far sentire la mancanza del basso.

Ho fame di me apre con arpeggi darkeggianti ed evolve in una cavalcata con spunti hardcore (al netto dei doppisensi, emerge qui e lì qualche spunto dei Negazione, sebbene non siano citati tra le fonti di ispirazione).

Più variegata, Poesia sulla pelle alterna parti morbide, quasi acustiche, in controtempo a fortissimi carichi di pathos. Il tuo ego è caratterizzata dallo stesso contrasto tra parti pulite e fortissimi, accentuato dai tocchi latini della chitarra. Bello anche il riff della conclusiva Medesimo, impreziosita anche da un crescendo funkeggiante.

Fin qui, gli aspetti positivi di Io sono il mondo. Qualche limite, dovuto essenzialmente all’inesperienza, emerge qui e lì. Il più vistoso è il cantato. Non che la voce di Tarchi sia male: tutt’altro. Il problema riguarda soprattutto le metriche dei testi, che non sempre collimano con gli arrangiamenti.

Spigolosi e un po’ ermetici, i versi delle quattro canzoni suonano un po’ pretenziosi e non valorizzano come si deve l’impatto musicale e costringono l’ugola di Tarchi a vere e proprie contorsioni.

Sono difetti correggibili con un po’ di esperienza e, magari, con l’aiuto di una buona produzione. Per quanto indie, post e alternative possa essere, il rock è sempre rock e la matrice base del rock è la semplicità. E non è un male che anche i millennials, cresciuti con la musica dei ’90 e i suoi inutili intellettualismi, lo ricordino.

Buona la prima, con l’augurio di una valida crescita artistica: l’ep merita un ascolto e non solo di incoraggiamento, perché le idee forti non mancano. Ora si tratta solo di svilupparle come si deve.

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