Diatomea, quel crossover che urla in italiano

Il durissimo album d'esordio della band savonese: tredici brani mozzafiato di una realtà emergente della scena alternativa

Un nome, una metafora: le diatomee sono microalghe unicellulari, quasi dei batteri. Eppure possono essere devastanti, perché formano una specie di farina fossile utilizzata per confezionare la dinamite.

I Diatomea, tuttavia, non hanno avuto bisogno di sedimentare millenni: per fare il botto gli sono bastati dieci anni di maturazione, da quando si sono formati a Savona. Può essere tanto per certi enfant prodige del rock (salvo scoprire che i medesimi furono o sono figli o parenti di persone stabilmente inserite nello showbiz), può essere nulla per una band che si è fatta nota per nota e concerto dopo concerto. Perciò non meraviglia che il primo frutto di una pianta cresciuta tra non poche difficoltà sia un frutto maturo come Diatomea, il primo album omonimo di questo quintetto, costituito dal cantante Christian Zerilli, capace di passare dallo screaming a timbriche più morbide e melodiche, dai chitarristi Matteo Siri e Mattia Miniati, dotati di grande flessibilità e in grado sia di irrobustire il sound sia di impreziosirlo con armonizzazioni sofisticate e aperture melodiche, e dalla sezione ritmica dinamica (e non solo schiacciasassi) del batterista Fulvio Siri e del bassista Simone Baccino.

I risultati di tanto lavoro (e altettanto affiatamento) sono visibilissimi. Li ha iniziati a sperimentare il pubblico, ora che i Diatomea sono freschi vincitori di Wanted Primo Maggio 2018, un contest nazionale per band indipendenti. Ma li può apprezzare anche l’ascoltatore che dedichi un’ora del suo tempo ai tredici brani che compongono l’album, riuscitissimi esempi di un crossover tutto italiano ben contaminato col rapcore d’Oltreoceano e certo hardcore all’italiana (i passaggi urlati in stile death ricordano non poco Zazzo dei seminali Negazione, che gridava alla grande in maniera disturbante e più che straziante quando ancora non si parlava di screaming e di growl).

Si parte coi tempi spezzati e le sonorità industrial di Tutto ok, piena di scatti frenetici e spezzata da un bel bridge melodico prima della parte strumentale. Compattissima prova d’insieme in cui la band esibisce la propria perizia e una certa versatilità nei cambi di atmosfera.

Attacco hardcore trash un po’ alla Megadeth vecchia maniera per Quanti soldi hai, che evolve su un controtempo. Bello anche il refrain arioso su cui Zerilli si lancia con un cantato aggressivo.

Cobain, dedicata al leader dei Nirvana e primo singolo tratto dall’album, si sviluppa su coordinate più melodiche, che strizzano l’occhio a certo rock anni ’90. A livello sonoro è un piccolo, anche se tutt’altro che disprezzabile, fuor d’opera rispetto al corpo granitico dell’album.

Con Evasione si torna sui binari di quello che possiamo definire il Diatomea-sound: un riff serratissimo regge le strofe, che creano un contrasto efficace col coro melodico. Gran finale con cantato death.

Attesa è un piccolo divertissment strumentale di 30 secondi dalle atmosfere latin, che fa da preludio a Periferia, secondo singolo della band, rilasciato di recente, e riuscitissimo esempio di rapcore alla Rage Against the Machine.

Molto dinamica e variegata, La Fiera inizia con un riff duro su un tempo spezzato, evolve col contrasto rapcore/melodico fino alla durissima cavalcata finale. Se non è crossover questo…

Apprezzabili anche i controtempi massicci di Regina, che ha un refrain variamente epico (e curioso, visto che è l’unica, particolare, canzone d’amore dell’album).

Più melodica, ma non per questo meno efficace, Repent, costruita su un giro di basso che evoca un po’ la gloriosa new wave dei tempi che furono, anch’essa protagonista della scena alternativa.

Se i Ratm avessero tentato soluzioni più melodiche, c’è da scommettere che somiglierebbero a Fregato, caratterizzato da un riff avvolgente, da una ritmica dura e da un cantato tondo, che affronta bene i cambi di atmosfera del brano.

Con Vertigine, i Nostri fanno qualche concessione a certa neopsichedelia britannica: bello il refrain arpeggiato, efficace il crescendo. Brano ben equilibrato e mai sopra le righe.

Con Supertonico, i Diatomea forniscono un altro esempio di rapcore, con tanto di coro fatto per trascinare il pubblico dal vivo.

Diatomea, la title track, è un altro divertissment: un arpeggio con riverbero a palla fa da sfondo a un recitato, con cui Zerilli rivela che la diatomea è un’alga.

Diatomea, l’album, è un esordio da pieni voti per una band che è arrivata alla prova in studio dopo dieci anni di prove e di concerti: grande compattezza e fortissimo impatto, ma anche dinamiche efficaci nel songwriting del quintetto savonese che, a detta di chi li ha ascoltati, dà il meglio di sé sul palco.

Validi anche i testi, ben contestualizzati nelle ritmiche serrate e caratterizzati da quel leftism che ancora sopravvive alla grande nella scena alternativa, di cui i Diatomea sono figli legittimi e allievi attenti e creativi.

 Con queste premesse, l’augurio di continuare così è davvero il minimo.

(foto di Francesco Garofalo)

Per saperne di più:

Il sito web dei Diatomea

La recensione di Periferia

Da ascoltare (e da vedere):

Cobain

Periferia

 

 

 

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