Moro prima di via Caetani. Una biografia politica

Massimo Mastrogregori racconta la vita dello statista in un volume che è già un classico della storia politica contemporanea

Da un anniversario all’altro. Quando si maneggia materiale ancora rovente, come la vicenda umana e politica di Aldo Moro, la trappola delle celebrazioni è inevitabile.

Moro. La biografia politica del democristiano più celebrato e discusso della prima repubblica, scritto da Massimo Mastrogregori e pubblicato dalla romana Salerno a fine 2016, non sfugge a questo destino: uscito in occasione del centenaria della nascita dello statista, questa biografia mantiene una sua forte attualità anche ora, nel quarantesimo della sua tragica morte.

Non è solo una questione di ricorrenze, che pure sono vistosissime (in questo caso, la vicinanza tra i due eventi, una vera e propria manna per le attitudini necrofile di tanta editoria): nel caso di Moro, le tragiche circostanze della scomparsa condizionano non poco la ricostruzione del vissuto.

Già, ammonisce Mastrogregori sin dall’Introduzione: la morte dello statista, avvenuta alla fine dei 55 giorni trascorsi da prigioniero nel covo delle Br proietta il suo cono d’ombra su tutto il resto. E non c’è da meravigliarsi se la stragrande maggioranza di chi (giornalisti e politici soprattutto, ma anche storici e persino politologi e magistrati), da quel terribile ’78 in poi, si è occupato di Moro, lo abbia fatto proprio a partire dalla sua morte.

È bastata una raffica di mitra per trasformare in un santino bidimensionale il personaggio più complesso della storia repubblicana.

Così complesso da renderne impossibile un’interpretazione univoca. Pessimo comunicatore (il suo linguaggio criptico è rimasto un esempio da manuale del politichese vecchia maniera), ma grande interprete della politica e finissimo tessitore di strategie sofisticate che intervallava con tattiche fulminee, Moro fu il protagonista assoluto della fase più delicata della storia politica - e non solo - italiana, che visse in tutte le stanze dei bottoni immaginabili.

Innanzitutto l’Assemblea Costituente, in cui gestì una trattativa delicatissima sui problemi dell’Istruzione, che comunisti e socialisti volevano essenzialmente pubblica e la Dc e i laici desideravano sin da subito mista.

Poi la segreteria della Dc, ormai partito-Stato, da cui spostò gli equilibri politici del Paese; la Presidenza del Consiglio, in cui interpretò (e nei fatti inaugurò) il centrosinistra, che sarebbe diventato la formula prevalente della politica nazionale per tutti gli anni a venire.

Inoltre il Ministero degli Esteri, considerato dalla maggioranza dei biografi (in parte anche dallo stesso Mastrogregori) un ripiego, ma in realtà utilizzato per una politica che gli esperti assicurano aggressiva, volitiva e spregiudicata.

Infine, la presidenza del suo stesso partito, da cui tento con il Pci di Berlinguer l’ultimo dialogo della sua carriera politica.

Ce n’è abbastanza da riempire ancora la vita di dieci studiosi longevi. Eppure anche questo sforzo non basterebbe a tracciare un profilo esaustivo di Moro.

Soprattutto perché il soggetto si presta pochissimo ad essere biografato: lui stesso parlò poco di sé, non tenne mai un diario (a differenza di altri big come Fanfani, Taviani, Nenni e Andreotti) e persino il suo archivio subì una serie di vicissitudini, che ne hanno disperso o reso inaccessibile una parte importante. A quest’ultimo proposito, Mastrogregori cita all’inizio del volume un esempio non proprio secondario: il carteggio con il manager Umberto Zanatta, da cui emergono squarci impressionanti sulla lotta di potere innescatasi attorno al complesso mondo delle aziende pubbliche e miste e delle partecipazioni statali, una lotta a cui Moro, con l’aiuto del suo segretario e uomo-ombra Sereno Freato, fu tutt’altro che estraneo. Non è questa la sede per ricostruire la complessità di questa vicenda, che citiamo solo per chiederci: quante altre storie simili erano contenute nell’archivio di via Savoia prima che andasse in parte disperso (o finisse secretato)?

La verità è che Moro parlò di sé soprattutto in terza persona o col plurale maiestatis, attraverso i suoi 1.700 e rotti discorsi politici, attraverso le lettere e gli articoli pubblicati su vari giornali. Gli unici cenni di autobiografia sono contenuti nell’epistolario dal carcere delle Br e nel Memoriale. Ma sono cenni la cui autenticità contenutistica, spiega anche Mastrogregori negli ultimi due capitoli del libro, è tutta da vagliare e approfondire, nonostante gli ottimi lavori di Miguel Gotor.

Il Moro che conosciamo a 102 anni dalla nascita e a 40 dalla morte è il Moro pubblico: un personaggio elastico, in cui convivono, come in una matrioska, molti personaggi.

Vediamoli uno per uno, come li ha raccontati l’autore.

Il primo è l’Aldo Moro universitario, studente-studioso come lui stesso amava definirsi, che attraversò il fascismo più come una rampa di lancio obbligata che come un tunnel. Accademico di carriera dopo essersi laureato a pieni voti, nel giovane Moro, che nell’album di famiglia vantava già rapporti sociali di un certo peso, coesistevano il militante fascista che si era iscritto alla Guf ancor prima di andare all’Università e poi si era piazzato bene ai Littoriali di cultura fascista e il fervente cattolico, che godeva di rapporti privilegiati con la Curia. Una delle sue tante convergenze parallele? Sì e no: nel suo caso si può parlare di due forni, che gestiva con grande abilità: difatti, venuto meno l’uno, si rivelò utilissimo l’altro.

Il secondo Moro è l’ex militare che si butta in politica con qualche titubanza ma forte del legame con le gerarchie cattoliche. Dipinta come un’ascesa trionfale, la sua carriera nella Dc fu a dir poco problematica: estraneo, anche per ragioni anagrafiche, al popolarismo di Sturzo, e alla Resistenza, il giovane accademico era tuttavia più che intraneo a quel gotha culturale e giuridico da cui sarebbe scaturita una buona fetta della classe dirigente del dopoguerra: tra questi il futuro presidente della Repubblica Giovanni Leone, di cui fu assistente e supplente. Questo Moro entrò nell’Assemblea Costituente dopo aver manifestato posizioni politiche patriottiche, non dissimili ad esempio da quelle di Benedetto Croce (ma in chiave cattolica) e vagamente conservatrici, ma rivelò grandi capacità di dialogo e di manovra politica. Più che la (enorme) cultura, poté l’eccezionale capacità diplomatica.

Il terzo Moro si rivelò alla fine del centrismo degasperiano: fu il manovratore dotato di capacità quasi medianiche e di abilità alchemiche, che liquidò Tambroni, facendo persino ricorso ai Servizi Segreti di De Lorenzo, e inaugurò il centrosinistra grazie alla forte partnership col leader socialista Pietro Nenni, che sfociò in un rapporto di amicizia personale. Inutile dire che anche questo Moro potrebbe contenere più personaggi, alcuni dei quali non completamente delineati: l’uomo di partito e di corrente, che naviga a vista ma con precisione tra la destra, dentro e fuori la Dc, e i dorotei; il raffinato dialogatore con gli apparati, di Stato e di sicurezza, che riesce a filtrare una concezione forte dell’interesse nazionale attraverso le rigide maglie della Nato e, probabilmente, a tale scopo avvia il dialogo a distanza col Pci; l’atleta politico capace di schivare ostacoli a dir poco pericolosi, tra cui i tentativi, veri o presunti, di golpe.

Al riguardo, emerge un limite piuttosto curioso in una biografia per il resto esaustiva e dettagliata: Mastrogregori non approfondisce i rapporti tra Moro e il mondo dell’intelligence italiana e neppure le linee di politica estera tenute dallo statista democristiano. Un peccato: perché proprio la politica estera di Moro potrebbe, se bene interpretata, chiarire le apparenti contraddizioni nella politica interna. A partire dalla gestione del centrosinistra, prima concepito in chiave anticomunista, come rottura del blocco popolare, poi in chiave inclusiva, grazie al dialogo particolare col Pci. Stesso discorso per i Servizi: nel racconto di Mastrogregori le figure di Vito Miceli e, soprattutto, di Stefano Giovannone, quasi sbiadiscono. Eppure i materiali per un racconto più approfondito non mancano e, anzi, da qualche anno emergono con una certa dovizia.

Il quarto Moro è l’artefice del compromesso storico, di cui invece Mastrogregori fornisce una lettura originale che, se confermata, può ridimensionare la tesi secondo cui lo statista sarebbe stato ucciso per scongiurare l’ingresso del Pci nel governo. In realtà, la fase nota come della non sfiducia, interrotta bruscamente quel tragico 16 marzo del 1978, fu caratterizzata dai continui rinvii e rifiuti (e non risposte) di Moro rispetto alle sollecitazioni di Berlinguer. Detto altrimenti, l’intenzione di far governare il Pci in prospettiva di una politica dell’alternanza non sarebbe stata così pacifica.

Il quinto Moro è, ovviamente, il prigioniero delle Br, il personaggio cedevole e rancoroso raccontato nel finale del libro, in cui l’autore glissa il più possibile l’abbondante letteratura dietrologica e si concentra soprattutto sull’aspetto umano della parabola conclusiva dello statista.

Ma neppure Mastrogregori può sottrarsi alla necessità di raccontare alcuni dettagli già curati dai dietrologi. Innanzitutto, il fatto che Moro non fosse adeguatamente protetto, a dispetto del clima politico pesante dei tardi anni ’70: viaggiava su un’auto non blindata, seguiva percorsi quotidiani piuttosto abitudinari e forse anche la sua scorta era insufficiente (tale, comunque, si sarebbe rivelata a via Fani). E questa scarsa protezione ancor oggi fa riflettere, tanto più che i precedenti non mancavano: si pensi al rapimento a Colonia del presidente della Confindustria tedesca Hans Martin Schleyer, avvenuto nel settembre del ’77con modalità simili a quelle di via Fani e conclusosi in maniera tragica. Un antecedente fotocopia, insomma, in cui fu coinvolto anche l’antiterrorismo italiano. Anche Moro aveva ricevuto delle minacce dirette. Ecco, se proprio si vuole sollevare qualche punto interrogativo, dice tra le righe Mastrogregori, ci sono cose più vistose delle illazioni su cui concentrarsi. Ovviamente non c’è risposta ad altri quesiti, ad esempio, quello sollevato tra le righe da Gotor e che più o meno suona così: cosa sarebbe successo se Moro non fosse stato rapito? Suggestiva per un romanziere, doverosa per un giornalista, stimolante per un politologo, la domanda può risultare oziosa - o, al massimo, divertente - per uno storico. E comunque è fuori luogo in una biografia politica. Forse l’unica che sia possibile scrivere su Moro, la cui esistenza si risolve tutta nella sfera politica.

Mastrogregori ha restituito un’immagine viva dello statista impegnato in una lotta politica in cui era impossibile non sporcarsi le mani o evitare gli schizzi di fango, che caddero copiosi anche addosso allo stesso Moro (si pensi allo scandalo dei petroli o all’affaire Lockheed e alle relative campagne di stampa) e questo è un merito grosso. Può bastare una raffica di mitra a creare un santino? Proprio no. E il Moro vivo, quello che ci racconta lo scafatissimo biografo, risulta più interessante del corpo beatificato rinvenuto nella Renault 4 di via Caetani.

 

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