Il fuoco di Plant brucia ancora

L'ex frontman dei Led Zeppelin torna con le atmosfere acustiche e folk di Carry Fire, il suo undicesimo album solista

Già la copertina dice tutto: non ha più la bellezza sfacciata di una volta. I boccoli d’oro da principe delle fiabe sono ingrigiti, i lineamenti angelici sono coperti da una ragnatela di rughe e il pizzetto ribadisce il tempo che passa.

Anche la voce non è più quella che ha fatto sognare generazioni. Ma Robert Plant non molla e vuole ancora portare il fuoco cercando percorsi nuovi, ma non troppo.

Carry Fire (portare il fuoco, appunto), l’undicesimo album solista dell’ex frontman dei Led Zeppelin risente dello sforzo di far capire al pubblico che gli anni ’70 sono passati. Ma sono passati anche gli ’80 e i ’90 in cui il Nostro dimostrò che la sua parabola non si era esaurita nel Dirigibile, spaziando dall’hard di gran classe al pop rock patinato.

La verità è che per apprezzare quest’ultimo album, occorrerebbe non sapere chi lo ha fatto ed ascoltarlo letteralmente ad occhi chiusi. Perché forse è l’unico modo per liberarsi dal complesso degli Zeppelin, esito inevitabile quando si ha a che fare con Page e Plant, ma perfettamente inutile e persino dannoso, visto che l’ipotesi della reunion, vagheggiata dai fan più anziani, è tramontata.

È anche ozioso chiedersi, come hanno fatto e fanno in tanti, quanto Zeppelin ci sia nell’attuale musica del loro (orgogliosamente) ex cantante, non fosse altro perché lui è stato uno degli artefici di quel sound.

È comunque facile rispondere, anche ad occhi chiusi e facendo finta di non ascoltare Plant: c’è più Zeppelin di quanto non si creda, anche quando (e soprattutto perché) si sente meno.

A voler rintracciare l’illustre ascendenza alle atmosfere prevalentemente acustiche, zeppe di riferimenti etnici (dal folk angloceltico alla musica araba) si potrebbe citare Led Zeppelin III, che per molti fan lo scivolone del dirigibile ma per gli addetti ai lavori resta il lavoro più sofisticato della prima fase della band. Solo che in questo caso non c’è una Immigrant Song a ricordare che la sostanza musicale è l’hard più genuino.

Anzi, a dirla tutta, pretendere l’hard in Carry Fire è fantascienza: è un miracolo se qui e lì fa capolino un po’ di rock.

La domanda vera è semmai un’altra: Plant è in grado ancora di esprimere una propria vitalità artistica o la sua vena si riduce alle produzioni superpatinate delle major? Rispondiamo tranquillamente: la verve c’è e se una major come la Warner Bros continua a scommettere su una rockstar a cui l’anagrafe consiglierebbe la pensione, un motivo ci sarà.

Vediamolo, anzi ascoltiamolo.

C’è chi, in cerca di nostalgie a buon mercato, ha paragonato il brano di apertura The Queen of May all’epica Stairway to Heaven. Inutile dire che il confronto non regge. Senz’altro c’è molto Zeppelin in questa canzone, ma, a dispetto dell’arrangiamento acustico, è lo Zeppelin ruvido che spicca il volo, con un botta e risposta tra voce e chitarre che più seventies non si può. Certo, c’è il crescendo e il pathos romantico, ma manca l’ariosità da madrigale che ha reso Stairway, al netto delle polemiche per plagio, un pezzo unico.

Altrettanto improprio è il paragone, che pure è stato fatto, tra la title track e Kashmir. Carry Fire, infatti, non si limita a citare un’armonia orientale, ma coniuga con rara efficacia ritmi e soluzioni melodiche tipiche della musica maghrebina a intuizioni folk rock. Semmai il punto forte di questa canzone è il riuscito equilibrio tra originalità e fruibilità. Detto altrimenti, Plant sa farsi ascoltare anche quando affronta soluzioni sonore inconsuete.

Sul versante più mainstream si segnalano invece New World e Bones of Saints. In questi due brani il rock fa capolino - è più suadente e radio oriented nel primo e più rugginoso nel secondo - ma in maniera mai eccessiva, a riprova che una rockstar di razza può portare il peso degli anni, degli eccessi e delle disgrazie comunque con dignità.

Non è mainstream, invece, la cover di Buebirds Over the Mountain, il classicone dei Beach Boys, reinterpretato in duetto con la mitica Chrissie Hynde e in cui lo spirito giovanilista dell’originale sfuma in una dolce, stavolta sì, malinconica nostalgia.

Che dire del minimalismo di Dance with You? Qui Plant dà una lezione di canto agli urlatori di oggi, molti dei quali scimmiottano il Plant di ieri,H e dimostra che non importa se la cattiveria del tempo si è portata via tanto volume e altrettanta estensione: se c’è la timbrica si può cantare e sedurre ancora alla grande.

A chiudere il disco, le atmosfere struggenti e rarefatte di Heaven Sent.

Che dire? È difficile definire Carry Fire un album della maturità, perché Plant maturo lo è da un bel pezzo. Ed è fuori luogo parlare di seconda giovinezza, perché il Nostro esibisce con orgoglio le rughe anche sul pentagramma.

Semmai si dovrebbe parlare di riuscita prova di longevità. Grazie all’aiuto prezioso dei The Sensational Space Shifters, che sono molto più di un’affiatata backing band, Plant è riuscito a trovare i suoni giusti per affrontare il giro di boa del millennio.

Sempre presenti ma mai dure o esagerate - o, al contrario, languide e rarefatte - le chitarre di Justin Adams e Lyam Tyson riempiono e marcano quel che basta a dare personalità ai brani. Forte ma mai ingombrante la ritmica del bassista Billy Fuller e del batterista-percussionista Dave Smith. Notevoli anche le armonizzazioni del tastierista John Baggott e del polistrumentista Juldeh Calmara, specializzato in strumenti della tradizione africana. Non può passare in second’ordine la partecipazione del violoncellista Redi Hasa e del violista-violinista Seth Lakerman.

Equilibrato e fascinoso, Carry Fire è la prova che un background rock non è assolutamente incompatibile con la raffinatezza raggiunta da chi ha insegnato per decenni ad eccedere.

Da ascoltare (e vedere)

Il video di Bluebirds over the mountain

 

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