Omni, un viaggio nel tempo con gli Angra

I campioni del power metal brasiliano tornano con un concept album pieno di originali spunti progressive e arrangiamenti orchestrali

C’è chi parla di Angra3.0. In realtà, visto che parliamo di rock, si dovrebbe dire: Angramark 4, dopo l’abbandono del supervirtuoso Kiko Loureiro, sostituito  (diciamolo subito: bene) da Marcelo Barbosa, già valente chitarrista degli Almah, il gruppo solista di Edu Falschi, ex cantante della band paulista.

I paragoni sono sempre sgradevoli, per questo non li facciamo: basti solo dire che, sebbene l’unico membro superstite della prima, leggendaria formazione (mark 1, appunto) sia il chitarrista Rafael Bittencourt, lo stile è quello di sempre, segno che gli Angra sono diventati un’istituzione, non solo in Brasile, del metal più evoluto, allo stesso modo in cui i Sepultura, anch’essi travagliati da radicali cambi di formazione, lo sono del death-trash metal.

Gigionerie a parte, è doveroso dire che Omni(uscito a fine febbraio per la Earmusic), il nono album della loro venticinquennale carriera, non sfigura affatto, anzi. La formula, a metà tra il power e il progressive, è quella di sempre e tira sempre alla grande, grazie anche alla produzione cristallina di Jens Bogren.

I paragoni sono sempre sgradevoli, ripetiamo. Ma c’è da dire che uno dei punti di forza dell’album è la prestazione canora di Fabio Lione, che non fa rimpiangere affatto né il mitico Andre MatosFalaschi. Perfettamente a suo agio nelle partiture complesse del gruppo e sui registri più alti dello spettro vocale, il cantante pisano, che vanta una lunga esperienza nel prog, riesce a raggiungere livelli spettacolari.

Passiamo subito a Omni, che, come vuole la tradizione progressive, è un concept album, in questo caso di ispirazione fantascientifica, basato su un’idea chiave: il viaggio e la comunicazione attraverso il tempo, grazie a una futuribile intelligenza artificiale (la storia, se così la si vuol definire, è ambientata nel 2046).

E c’è da dire che il viaggio parte subito col botto, grazie all’epica e tiratissima Light of Trascendence, un pezzone power con tutti i crismi: grande velocità e potenza, ma anche gusto melodico, e cambi repentini di tempo, che rallenta alla grande in prossimità degli assoli.

Segue, a proposito di viaggio, Travelers of Time, giocata su un tempo tesissimo, tutto in crescendo.

Ma le cose iniziano a complicarsi con Black Widow’s Web, in cui il bassista Felipe Andreoli e il batterista Bruno Valverde si divertono a imbastire un fittissimo controtempo su cui Lione si esibisce in una performance superba: non si limita a volare sul pentagramma ma duetta alla grande con la cantante pop Sandy Leah Lima e la bella e cattiva Alyssa White-Gluz degli Arch Enemy, che sfodera un’inquietante timbrica growl.

Bella anche Insania, con il suo refrain maestoso, i suoi controtempi e gli stacchi solisti notevoli.

The Bottom of My Soul è una suggestiva power ballad: inizio acustico con sottofondo di archi e crescendo potente che sfocia in struggenti e aggressive parti soliste, sintesi ben riuscita di forza e melodia.

War Horns, infarcita di citazioni bibliche (precisamente dall’Apocalisse e dal Vangelo secondo Matteo) è l’unico brano a cui partecipa Loureiro, ormai in pianta stabile nei Megadeth: al riguardo in molti hanno sottolineato il contributo del suo virtuosismo, in realtà non così determinante, visto che le scale fulminanti dell’ex chitarrista decorano bene ma non aggiungono molto alla riuscita del brano, solidissimo di suo.

In Caveman ritorna un’altra graditissima specialità degli Angra: la contaminazione con elementi tipici della tradizione brasiliana. Il pezzo si regge, oltre che su un sofisticato tempo dispari, sull’alternanza tra un coro etnico in portoghese e un cantato canonicamente metal. Davvero niente male. Anzi.

Magic Mirror prosegue la sarabanda prog, passando da fortissimi tipicamente power ad atmosfere più rarefatte, seppure dinamiche, prossime a certa fusion anni ’80.

Always More è un’altra ballad, stavolta dai toni sognanti e ben condita con alcune soluzioni armoniche tipiche della saudade.

Il giro di boa finale inizia con Omni-Silence Inside, una mini suite epica e maestosa, e termina con Omni-Infinite Nothing, un brano strumentale eseguito da un’orchestra di archi, che sintetizza i temi di tutte le canzoni dell’album. Una chicca in chiusura di un disco che merita. Non solo dagli appassionati del genere, ma, più in generale, dagli ascoltatori colti, che possono trovare davvero stimoli per le loro orecchie.

Buon ascolto.  

Da ascoltare (e da vedere):

War Horns

Insania

 

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