Il prefetto, i briganti e le "retate" di Fumel dopo l'Unità

Il carteggio inedito di Enrico Guicciardi, il prefetto di ferro amico di Padula, ammirato dai calabresi e temuto dai potenti

La Calabria nello sguardo puntiglioso e sensibile di un funzionario del Nord. Gli anni durissimi immediatamente successivi al Risorgimento. I briganti, ma anche le lotte sociali dei contadini e i giochi di potere dei grandi proprietari terrieri, che conferirono all’estremo Sud dell’Italia appena unita una complessità particolare.

E ancora: una lotta politica sporca e lacerata tra alte aspirazioni ideali (il progressismo e le istanze di libertà e crescita sociale del movimento risorgimentale, incarnate in particolar modo da Garibaldi) e interessi economici il più delle volte illegittimi, legati alla redistribuzione, mancata o iniqua, delle terre, in una società, in particolare quella calabrese dell’epoca, in cui la proprietà fondiaria era tutto.

Il prefetto e i briganti. La Calabria e l’unificazione italiana (1861-1865) (Le Monnier, Firenze 2016), scritto dal giovane storico calabrese Giuseppe Ferraro, racconta la complessità calabrese attraverso uno scoop storiografico: il recupero del carteggio privato, rimasto finora inedito, di Enrico Guicciardi, patriota lombardo che fu prefetto a Cosenza nell’immediato quinquennio postunitario. La sua, c’è da dire, fu una permanenza record, che si giustificò con la tragica situazione d’emergenza vissuta dalla Calabria Citra, in cui tutte le problematiche del Mezzogiorno si presentarono in maniera virulenta, sebbene non raggiunsero mai i picchi pugliesi, lucani e irpini.

Il carteggio recuperato e raccontato con efficacia da Ferraro, offre uno spaccato impressionante della situazione. Soprattutto, rivela la considerazione effettiva in cui la Calabria e i suoi problemi erano tenuti dalla classe dirigente nazionale. Detto altrimenti, la Calabria vista dall’Italia.

In queste lettere, scritte ad alte personalità dell’epoca (il ministro dell’Agricoltura Luigi Torelli, il sottosegretario dell’Interno Silvio Spaventa e il diplomatico di carriera Emilio Visconti Venosta) c’è quanto basta per smontare le tesi semplicistiche di quel filone revisionista antirisorgimentale, secondo cui i funzionari settentrionali avrebbero avuto un ruolo essenzialmente coloniale. Ma ci sono anche elementi sufficienti per controbattere alla tesi, per molti aspetti speculare, secondo cui la Calabria avrebbe goduto di una considerazione marginale dalle élite risorgimentali.

Alla luce della ricerca di Ferraro si possono, al contrario, fare alcune osservazioni. La prima: se il brigantaggio calabrese, meno militarizzato e ideologizzato dei suoi omologhi pugliese, lucano e irpino, non emerse più di tanto nelle cronache dell’epoca lo si deve all’azione politica di Guicciardi, che rispetto ad altre autorità aveva la classica marcia in più: cospiratore risorgimentale dotato di consistente preparazione giuridica, il prefetto di Cosenza aveva avuto anche una non indifferente esperienza militare nelle guerre contro l’Austria. Univa perciò una buona esperienza militare a una sensibilità politica non comune. La sua, perciò, non fu solo un’azione repressiva, in cui tra l’altro scavalcò a più riprese le autorità militari, ma fu anche un’azione politica che oggi chiameremmo riformista.

In altre parole, il prefetto agì sulla base della consapevolezza piena che brigantaggio e questione sociale erano strettamente intrecciati e che occorreva agire sulla seconda per debellare il primo.

Quando arrivò a Cosenza, Guicciardi trovò nella provincia una situazione critica, prossima all’esplosione: il contrasto tra la bellezza dei paesaggi e la miseria delle popolazioni, rilevate a Paola, dove arrivò via mare, e a Cosenza, dove giunse in carrozza sotto più che abbondante scorta. Il tutto raccontato in una lettera al cugino Torelli, a cui avrebbe in seguito affidato i propri documenti. Queste carte del 1861 smontano una volta di più l’idea del profondo Sud come di una sorta di eden che i piemontesi avrebbero demolito per ragioni di potere e spirito di rapina.

Il prefetto ebbe chiari sin da subito i problemi sociali della Calabria Citra in cui doveva rappresentare lo Stato: l’iniqua ripartizione delle risorse, la mancanza di scuole e centri di istruzione, l’assenza di vie di comunicazione, che non fossero i vecchi tracciati napoleonici e borbonici e le inefficienti e problematiche idrovie, marittime e fluviali.

Di questa consapevolezza il prefetto lascia una traccia duplice: pubblica, nelle circolari inviate ai sindaci e agli amministratori, ma anche nei bandi rivolti alla popolazione (celebre quello sulla ripartizione dei fondi demaniali) e privata nella sua corrispondenza, in cui non ci sono solo sfoghi e confidenze (che non mancano e, anzi, ne sono la parte prevalente), ma anche precise richieste di aiuto politico, ad esempio quella rivolta a Torelli, una volta diventato ministro, in cui Guicciardi lamenta le scarse dotazioni destinate all’Agricoltura.

E veniamo al brigantaggio, che è il piatto forte del libro di Ferraro. Al riguardo, il nome di Guicciardi è rimasto piuttosto nell’ombra, sia nella storiografia ufficiale, sia nella produzione revisionista, perché il personaggio di spicco della repressione fu Pietro Fumel, bestia nera dell’immaginario antirisorgimentale. Criticato pesantemente da Franco Molfese nella sua classica Storia del Brigantaggio dopo l’Unità, il piemontese Fumel è tuttora definito in certa letteratura ma anche in parecchi siti web macellaio, boia e via discorrendo, di epiteto in epiteto.

Dalla ricerca di Ferraro, emergono invece altri aspetti importanti sull’opera e sulla personalità del colonnello sabaudo da cui si evincono due cose. La prima: Fumel fu un interprete abbastanza fedele delle direttive di Guicciardi. La seconda: gli abusi, anche pesanti e censurabili (ad esempio la famigerata esecuzione di massa a Fagnano Castello) furono non atti arbitrari ma eccessi dovuti proprio alla strategia repressiva praticata. Che tuttavia, risultò efficace, perché alla base c’era una consapevolezza del fenomeno. In una delle tante lettere a Torelli, Guicciardi dà una definizione lapidaria del brigantaggio, in cui a suo giudizio, coesistevano quattro componenti: quella politica, che restava minoritaria (data la scarsa incidenza del legittimismo borbonico nel Cosentino), quella sociale (il prefetto parla di disperazione), e quella criminale, declinata in maniera duplice coi termini di bullismo (delinquenza comune) e camorra.

L’attività repressiva di Fumel si basò su un’intuizione piuttosto semplice ma avanzata per l’epoca: la militarizzazione di un corpo della Guardia Nazionale, che divenne una colonna mobile, in grado di muoversi sul territorio con velocità e di colpire con efficacia. I metodi utilizzati furono quindi quelli tipici delle situazioni di emergenza: scontri a fuoco, rastrellamenti ed esecuzioni sommarie più un largo uso dell’intelligence (soprattutto di spie e delatori).

Al riguardo si possono fare due considerazioni, una teorica, l’altra pratica. A livello teorico, si può affermare che il concetto di emergenza cambia non poco a seconda dell’ordinamento in cui va ad incidere. Nel caso dell’Italia postunitaria, occorre dire che l’ordinamento liberale, sancito dallo Statuto Albertino, che era una Costituzione flessibile, consentiva più forzature di una moderna Costituzione rigida. Detto altrimenti, i militari alla Fumel avevano più libertà d’azione e i limiti che venivano loro posti erano più politici che umanitari. Dal carteggio di Guicciardi emerge anche il modo reale e ambivalente in cui le autorità nazionali giudicavano queste repressioni: da un lato, piovevano sul prefetto rimproveri e censure pubbliche, dall’altro, invece, gli arrivavano esortazioni più o meno informali a proseguire sulla stessa linea.

Segno, questo, della consapevolezza che i metodi di Guicciardi non fossero del tutto sbagliati, sebbene causassero non poche polemiche con l’autorità militare, sistematicamente scavalcata ma a livello più che formale detentrice quasi esclusiva dei poteri repressivi.

D’altronde, lo stesso prefetto non parlava di abusi o violazioni, ma di extralegalità o di operazioni extralegali e c’è da supporre che questa terminologia non fosse solo eufemistica, ma riflettesse una precisa mentalità e un forte retroterra culturale. Cioè che riflettesse la diffidenza verso la magistratura civile, considerata debole o collusa con i potentati e le situazioni locali, e la convinzione che le prefetture, in quanto organi politici, fossero portatrici di valori di legittimità così forti da superare la legalità, percepita in quel momento preciso come valore debole.

Dal punto di vista più pratico, occorre ricordare la popolarità di cui godettero sia Guicciardi sia Fumel. Si pensi solo che quest’ultimo ottenne la cittadinanza onoraria di vari paesi cosentini in cui agì anche in maniera pesante e che Guicciardi ebbe comunque non pochi sostenitori nell’opinione pubblica, come dimostra l’appoggio incondizionato ricevuto da Il Bruzio, il giornale del sacerdote Vincenzo Padula. Servilismo e paura? Senz’altro ci furono, ma non erano gli elementi predominanti, tutt’altro: Guicciardi, ad esempio, era rispettato anche dai briganti, molti dei quali tentarono abboccamenti con lui per consegnarsi alle autorità, anche quando, in seguito alla legge Pica (1863), i poteri effettivi dei prefetti furono limitati.

I problemi veri, Fumel prima e Guicciardi subito dopo, li ebbero coi notabili locali, soprattutto in seguito ad alcuni arresti eccellenti, come nel caso del barone Compagna, finito in manette perché accusato di manutengolismo (cioè di aver fiancheggiato i briganti), che suscitarono polemiche in Parlamento da parte di alcuni deputati, non a caso parenti degli accusati.

Era l’inizio di una storia destinata a ripetersi, soprattutto al Sud: l’ammirazione delle classi popolari verso gli uomini forti, una caratteristica quasi fatale in società che, deluse dai giudici, facevano il tifo per gli sceriffi.

Un simile rapporto di timore-ammirazione (e, a volte, adorazione), si sarebbe ripetuto, in Sicilia più di ottant’anni dopo, nei confronti di Cesare Mori, il prefetto che sgominò la Mafia per conto del fascismo. Anche Mori, come Guicciardi e Fumel, ebbe problemi col notabilato e fu rimosso quando, secondo buona parte della storiografia, iniziò a toccare interessi di potere più forti.

Ma questa mitologia dalla storia è transitata anche nei media, soprattutto nel cinema: si pensi agli antieroi di Damiano Damiani e dei film poliziotteschi.

Il prefetto e i briganti è un libro non facile e importante, perché Ferraro riesce a mettere in discussione luoghi comuni e presunte verità, che si ritenevano acquisite da una parte della vecchia storiografia ideologizzata e quindi rilanciate, senza alcuno spirito critico - ma con molti retropensieri, in larga parte politici - dal revisionismo antirisorgimentale.

Questo libro è buon punto di ripartenza per un’analisi equilibrata dell’Unità d’Italia vista da Sud e, quindi, del brigantaggio, che di sicuro avrebbe meritato un’accoglienza migliore delle recensioni frettolose con cui è stato accolto dalla stampa meridionale.

Da leggere, rileggere e meditare.

 

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