Quanto fu grande Gramsci? Un libro prova a raccontarcelo

Angelo D'Orsi racconta la vita e il pensiero del grande pensatore sardo nell'ottantesimo anniversario della morte

Al netto delle polemiche, una biografia su Antonio Gramsci ci voleva. Vuoi perché ricorre l’ottantesimo anniversario della morte del grande politico e intellettuale sardo di ascendenze albanesi, vuoi perché, com’è stato più volte ricordato, l’ultima biografia dettagliata sul mercato è Vita di Antonio Gramsci, scritta nel ’63 dal giornalista Giuseppe Fiori e ripubblicata più volte, fino all’ultima edizione Laterza, che risale al 2008.

Un po’ poco, per una figura di primissima grandezza come il fondatore e segretario del Pcd’I, il cui nome continua a campeggiare su tutte le resurrezioni de L’Unità.

L’utilità e l’opportunità di Gramsci. Una nuova biografia (Feltrinelli, Milano 2017), scritto da Angelo D’Orsi, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino, non si discute. Su Gramsci si è scritto tantissimo, ma di una biografia scientifica completa c’era bisogno. Soprattutto ora, che il patrimonio culturale della sinistra rivoluzionaria subisce un processo forzoso di rimozione, frutto di oltre vent’anni di revisionismo storiografico condotto a suon di Libri Neri e di dossier che, assieme all’esperienza del socialismo reale, ha travolto le istanze ideali del socialismo.

La storia si è divertita non poco con un perfido paradosso: il centenario della Rivoluzione d’Ottobre coincide con l’ottantesimo della morte di Gramsci, che a sua volta coincide con l’avvicinamento tragico, giocato in nome di una cinica Realpolitik, dell’Urss staliniana alla Germania nazista.

La morte di Gramsci in carcere, praticamente abbandonato, diventa quindi la metafora della morte della rivoluzione? Se è così, e dubitiamo che sia altrimenti, allora si può dire che i Quaderni dal Carcere, frutto di uno studio e di uno scavo immane (ma anche di un’introspezione coatta senza eguali), sono il testamento di quella cultura della palingenesi che ha animato le più nobili pulsioni ideali, ma ha pure suscitato le più grandi tragedie, del XX secolo.

Di più: se non ci fossero stati Gramsci e il suo fantasma, trasformati in un santino laico da Togliatti e dalla classe dirigente del Pci, il comunismo occidentale e la sinistra italiana non sarebbero stati quelli che conosciamo. Forse, per molti senza forse, sarebbero stati peggiori.

In che modo D’Orsi affronta questo compito difficile, che la problematica storicizzazione del comunismo rende arduo?

Il suo Gramsci, è bene dirlo subito per fugare dubbi (come quelli, ad esempio, che ha sollevato in maniera ingenerosa Giorgio Fabre su Il Manifesto dello scorso 18 giugno) è un bel volume, scritto come Cristo comanda e godibile, segno che l’autore è perfettamente a suo agio in quel delicato campo che è l’alta divulgazione.

Non banale, pieno di spunti e di dettagli non solo biografici, il libro si snoda su tre direttrici.

La prima: l’identità sarda di Gramsci e il suo rapporto con l’isola, ricostruita minuziosamente attraverso i primi anni dell’intellettuale fino all’approdo a Torino.

Da questo legame, filtrato anche dall’altro legame con l’identitarismo (nel caso di Gramsci l’indipendentismo è problematico), deriverebbe anche la lettura della Questione Meridionale, nell’ambito della quale il papà del Pcd’I è l’iniziatore del revisionismo antisabaudo - in realtà antiborghese e critico nei confronti non tanto della classe politica liberale quanto del liberalismo tout court - che continua ad essere abusato ancora oggi.

C’è da dire che nella ricostruzione, biografica e ambientale, di D’Orsi pesa qualche luogo comune di troppo nei riguardi dell’antropologia positivista dell’epoca, accusata in blocco di essere alla base del pregiudizio antimeridionale. Nel caso sardo, il luogo comune è più delicato, visto che, in effetti l’intellettuale siciliano Alfredo Niceforo si basò sulla propria esperienza nell’isola per declinare in chiave razzista le tesi elaborate da Cesare Lombroso (dalle quali, invece, non è immediatamente ricavabile una teoria razzista, tantomeno una teoria antimeridionale).

Perciò le affermazioni secondo cui l’antropologia criminale di matrice lombrosiana siano state alla base del pregiudizio antimeridionale o lo abbiano riassunto in chiave scientifica non hanno quel fondamento di verità che in tanti continuano ad attribuirgli. Ma questo sembra essere il destino di autori - si pensi anche ai rapporti tra Heidegger e il nazismo - di cui la lettura diretta risulta difficile anche agli studiosi professionisti.

Seconda direttrice: il rapporto tra Gramsci e il socialismo durante gli anni della formazione a Torino. In questo caso D’Orsi è preciso al millimetro nel ricostruire i legami tra il grande sardo e la cultura positivista, prima, e l’approdo rivoluzionario.

Ne deriva un quadro intellettuale complesso e problematico, da cui risulta l’originalità dell’elaborazione gramsciana e la crisi con il marxismo-leninismo. Forse qualche approfondimento in più sarebbe stato necessario, soprattutto in alcuni passaggi delicati: ad esempio, sui concetti di blocco storico e di ideologia, che risultano non poco debitori nei confronti della classe politica e della formula politica di Gaetano Mosca. Ma tant’è: molta dell’egemonia del pensiero gramsciano a partire dal dopoguerra si è costruita a spese del positivismo e dell’idealismo, in particolar modo crociano. Solo che, mentre in quest’ultimo caso la conflittualità dei rapporti gramsciani col pensiero di Croce è sufficientemente delineata, anche in sede storico-biografica, lo stesso non può dirsi dei rapporti con la teoria dell’élite, che ha condizionato anche e per altri versi (si pensi alla parabola intellettuale di Robert Michels) il mondo socialista.

Detto altrimenti e non senza una punta di malignità: non è che gli esegeti comunisti del pensiero gramsciano temevano che l’emersione (o meglio, l’emersione eccessiva) del debito intellettuale di Gramsci nei riguardi dei big del pensiero conservatore europeo dell’epoca finisse col nuocere all’immagine angelicata che si è voluta tramandare a tutti i costi del pensatore sardo? Cioè con lo sgualcire il santino?

Se così è, occorre riconoscere che anche D’Orsi continua nella beatificazione di Gramsci, nel che, intendiamoci, non c’è nulla di male. Però va detto anche che non è il modo migliore per ringiovanire un racconto biografico vecchio di cinquant’anni.

Terza e più complicata direttrice: i rapporti di Gramsci con la classe dirigente del Pcd’i e quindi del Pci. È forse l’aspetto di maggiore novità di Gramsci. D’Orsi, anzi, ne approfitta per una resa dei conti con alcune tesi, storiografiche (tra cui quella, recentissima, di Luciano Canfora) secondo cui il papà dei comunisti italiani sarebbe stato mollato dai suoi compagni alla polizia fascista. Le suggestioni di questa tesi durano tuttora e sono dure da superare. Anche per D’Orsi, che cerca di sminuire il dissidio tra Togliatti e Gramsci e, nell’analizzare le ricostruzioni avversarie, se la cava con la mancanza di prove storiche, che non sono ancora emerse dagli archivi.

È un campo delicato, perché terreno di caccia comune a giornalisti e storici e perciò difficile da delimitare. Ma è necessario ribadire che è una questione aperta da anni (si pensi alle ricerche monumentali di Giorgio Galli) e non può essere liquidata con la classica insufficienza di prove con cui D’Orsi vorrebbe assolvere tutto il gruppo dirigente comunista, inclusa quella parte che scampò ai rigori del fascismo per diventare ostaggio di Stalin.

Questa lettura non tiene conto di alcuni fattori, nel frattempo emersi a sufficienza nella storiografia, grazie anche all’opera di Renzo De Felice.

Innanzitutto, non tiene conto dei reali rapporti politici tra l’Italia fascista e l’Urss. L’Italia, per fare un esempio, fu il primo Paese occidentale a riconoscere l’Urss e a farci affari, soprattutto nel settore delle forniture energetiche.

Secondariamente, non tiene conto del consenso ricevuto dal fascismo, anche da settori del mondo socialista e della classe operaia. Troppo facile continuare a ridurre l’ascesa del fascismo a una questione di ricino e manganelli. Si può farlo, ci mancherebbe. Ma ciò significherebbe dimenticare una parte non inconsistente della storia del sindacalismo rivoluzionario italiano (dicono niente le parabole dei fratelli De Ambris e del quadrumviro Michele Bianchi?).

Detto altrimenti: si tenta di far passare ancora in secondo piano l’esistenza di un brodo di coltura comune a parti del movimento operaio e del fascismo. Questo per quel che riguarda l’aspetto culturale. Sotto l’aspetto politico, invece, si sottovaluta sistematicamente l’impatto della politica staliniana e del suo truce realismo sugli ambienti rivoluzionari. Cioè si insiste sulla tesi della rivoluzione abortita e se ne perpetua la squalifica morale per non indagare, invece, sul processo, costosissimo in termini di diritti e di vite umane, di nation e di state building intrapreso dalla classe dirigente stalinista. Un processo storico rozzo e forse condotto male, ma storicamente ancora da approfondire a dovere. Possibile che in tale contesto i dirigenti del Pci italiano avessero sottovalutato i rischi del fascismo? Possibile che Gramsci e Togliatti fossero così ingenui da non capire che, dietro il confronto tra le ideologie ce n’era uno, assai più pesante e complesso, tra Stati, uno - l’Italia - che aveva cambiato forma sulle rovine del vecchio sistema liberale e borghese, l’altro - l’Urss - che sorgeva sulle ceneri del malcompiuto assolutismo degli zar?

Il raffreddamento di Gramsci con il Comintern in questo caso è il frutto di una lettura politica internazionalista, non priva di realismo: il segretario del Pcd’I mirava a salvaguardare i partiti socialisti e comunisti nazionali, anche attraverso l’alleanza tattica con le forze borghesi laddove, invece, gli allineati alle direttive sovietiche tentavano di sbarazzare il campo dagli avversari a sinistra. Senz’altro i riformisti, ma soprattutto i trotskisti e gli anarchici. In pratica, fu una scelta di campo. Negare o sminuire questa lettura significa perpetuare l’immagine angelicata anche della classe dirigente comunista. Una scelta che non rende giustizia allo spessore politico e intellettuale di giganti come Togliatti.

Un’ultima nota sulla Questione Meridionale è doverosa, visti gli abusi a cui è stata sottoposta di recente la lettura gramsciana. Anche in questo caso D’Orsi sottovaluta la realpolitik del pensatore sardo: la lettura del Risorgimento come malriuscita egemonia borghese che nel Sud si sarebbe tradotta nella repressione dei contadini risulta, a una lettura approfondita, motivata da esigenze tattiche. Infatti, le prime incursioni forti di Gramsci nell’argomento risalgono ai tempi di Ordine Nuovo, che fu il primo organo del neonato Partito comunista. Facile capire che non fosse secondaria nella strategia gramsciana l’esigenza di sfondare a Sud per i comunisti, visto che le classi operaie del Nord continuavano a gravitare attorno al Psi. Sul punto il professore torinese si limita a non approfondire. Peccato, perché le riflessioni meridionaliste sono l’aspetto del gramscismo tornato di più alla ribalta, sebbene in maniera quantomeno impropria.

D’Orsi ci consegna una lettura vecchia in una biografia che si pretende nuova. Un’occasione persa? Non proprio. Semmai un ennesimo inizio della riflessione culturale su Gramsci. La cui vera storia deve, con tutta probabilità, essere ancora scritta.

 

 

 

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