Il nuovo morso del serpente bianco di Coverdale

The Purple Tour è il 21mo album degli Whitesnake. Un omaggio ai Deep Purple ma anche un viaggio nel passato della band

Quando si parla degli Whitesnake ormai c’è da dare i numeri. Ne forniamo qualcuno giusto per far capire un po’: The Purple Tour, uscito a febbraio per Rhino-Warner Music, è, nel complesso, il ventunesimo album e, in particolare, l’ottavo album dal vivo della band di David Coverdale. Di più: è eseguito dalla ventiduesima formazione di questo gruppo, che di britannico ha ormai solo il leader e il bassista Michael Devin. Infatti, gli altri sono i due chitarristi statunitensi Reb Beach (che vanta collaborazioni anche impensabili per un metallaro, ad esempio con Bob Dylan e i Bee Gees) e l’ex Night Ranger Joel Hoextra, il tastierista italiano Michele Luppi e il batterista Tommy Aldridge, altro statunitense (e altro cimelio vivente del rock, dalle molteplici collaborazioni nonché tra i papà della doppia cassa).

The Purple Tour riprende il meglio dei concerti promozionali di The Purple Album (2016), il disco di cover della terza storica formazione dei Deep Purple, in cui Coverdale, come sanno i rockettari appena alfabetizzati, esordì come front man.

Il risultato? È all’altezza delle aspettative, pacchianerie - poche, ma che non stonano nel contesto - incluse: produzione lussuosissima, al limite dell’hollywoodiano, band in gran tiro, capace di performance notevolissime, sound potente e griffato ed emozioni a go go, sia per gli appassionati che ascoltavano da adolescenti il serpente bianco e ora hanno qualche capello bianco, o pochi capelli, sia per gli altri.

Si parte, e non poteva essere altrimenti, con una tiratissima cover del superclassicone purpleiano Burn, ripresentata con una variante significativa: sparisce il medley con Stormbringer, ma in compenso raddoppia l’assolo di chitarra. Quello classico, che riprende l’originale di Ritchie Blackmore, è eseguito da Beach, che aggiunge, ovviamente, velocità e, in maniera meno scontata, un tocco più bluesy. Quello più metal, invece, è eseguito da Hoextra, che insiste sull’aspetto più barocco. Come dire, le due anime del vecchio Blackie scomposte e amplificate.

Va da sé che l’album più saccheggiato dei Purple sia Burn, di cui sono proposte, oltre alla già menzionata title-track, Mistreated e You Fool No One, resa più metal rispetto all’originale, che strizzava l’occhio al funky. Da Stormbringer, invece, sono recuperate The Gypsy e Soldier of Fortune, in cui Coverdale riesce a sfoderare ancora una timbrica pulita.

Peccato solo che in quest’operazione nostalgia sia mancato quel pizzico di coraggio che avrebbe reso la macchina del tempo degli Whitesnake più convincente e completa: cioè il recupero di qualche brano da Come Taste the Band, l’album più sottovalutato dei Deep Purple. Una rimozione? Sarà. Ma viene da chiedersi come mai nessun giornalista musicale abbia domandato il perché di questa esclusione a Coverdale e soci.

Certo è che gli Whitesnake non sono solo dei duri. Al contrario, la parte più cospicua della loro produzione è legata all’aor e all’air metal degli anni ’80. Ed è proprio in quel decennio che la band si è concentrata, forse per venire incontro al pubblico di ex adolescenti diventate milf, alcune delle quali continuano a sbavare per y, diventato sex symbol, ora come clone di Robert Plant ora come versione metal di Rod Stewart. Già: essere dei fighi può essere un peso, soprattutto quando ci si avvicina ai 70 anni, come nel caso del cantante inglese e le canzoni degli Whitesnake sono meno impegnativi per le corde vocali più attempate di quelle dei Purple.

Nulla di strano, allora, che l’album più citato dei roaring 80ies sia proprio l’eponimo Whitesnake (1987), il disco della consacrazione mondiale. Ben quattro i brani tratti da questo best seller: Bad Boys, Still of The Night, Give Me All Your Love e Here I Go Again, validissime anche per far cantare il pubblico, come si conviene a tutte le operazioni nostalgiche. Fool For Your Loving è un’altra chicca, tratta da Ready an’ Willing.

Ain’t No Love in the Heart of The City è un richiamo alle origini degli ultimi anni ’70.

Love Ain’t No Stranger è tratta dal controverso Slide It In (1984).

Fool For Your Love è la canzone più recente di questa raccolta, visto che è riproposta nella versione contenuta in Slip of the Tongue (1989) e non in quella originale del 1980.

Ci sarebbe tanto da ridire a proposito di questo The Purple Tour e del suo approccio palesemente ruffiano. Ma questi difetti passano in secondo piano, perché album così hanno un valore comunque forte in termini di recupero della memoria storica del rock (quello vero). E allora godiamocelo, perché gli Whitesnake hanno altre sfide da affrontare: ad esempio produrre inediti in cui dimostrino di avere ancora qualcosa da dire ai fan e al pubblico. E l’appuntamento potrebbe scadere a breve, visto che entro l’anno dovrebbe uscire il loro prossimo album in studio.

Da ascoltare (e da vedere):

Burn

The Gypsy

Mistreated


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