Il maiale di Hollywood finisce al rogo. Anzi, al forno

Finalmente è stato silurato Weinstein, il sex offender che ha arricchito il cinema Usa

Ma le denunce troppo tardive delle dive non convincono e Asia Argento minaccia querele a Libero

Come mai l'ex tycoon della celluloide paga per tutti una comune prassi di malcostume? Cosa c'è diavvero dietro lo scandalo?

Come sempre, quando c’è il sesso di mezzo, il dibattito è degenerato e la vicenda, più pruriginosa che tragica, del potentissimo produttore americano Harvey Weinstein ha fatto il giro del web e dei media, fino ad oscurare, nelle cronache, casi sicuramente più meritevoli.

Gli ultimi colpi di coda (alla vaccinara, visto che parliamo di faccende romane) risalgono ad alcuni giorni fa e riguardano il giro di querele, finora a quanto ne sappiamo soprattutto minacciate, dal big italiano della Miramax nei confronti di Asia Argento e da quest’ultima nei confronti di Renato Farina, “reo” di aver scritto su Libero un editoriale a dir poco irriverente sulla consuetudine del mercimonio sessuale nel mondo del cinema (quello “serio”, visto che nel porno certe cose le fanno gli attori, a volte i registi, praticamente mai, se non per motivi professionali, i produttori, che comunque finanziano quello che fanno).

L’ex giornalista-007 ha fatto arrabbiare una volta di più le femministe mainstream con le sue considerazioni, se vogliamo un po’ volgari e assai scontate, sui ricatti osé dei produttori, cedendo ai quali in molte avrebbero fatto carriera.

Non seguiamo Farina su queste considerazioni, sebbene sia difficile dargli torto (ma sarebbero non disprezzabili analoghe operazioni-verità sui mondi dell’informazione e dei media, di sicuro non meno sporchi).

Non lo seguiamo sulla base della banale considerazione che tra il ricatto e la violenza c’è solo una differenza di sfumature e che certi ricatti stanno diventando prassi comune anche in settori che con l’appariscenza e la gloria dei palcoscenici hanno poco a che fare.

Bollato dai mass media con la stessa ipocrisia con cui fino a poco prima lo incensavano, Weinstein si è ritrovato praticamente da solo: mollato dai colleghi, che lo hanno espulso dal loro sindacato (e non ci stupiremmo di trovare tra questi anche i nomi di chi, quando ancora lo scandalo era lontano, faceva anticamera nel suo ufficio solo per arruffianarselo), crocifisso dalla corporazione degli attori, in cui non sono pochi quelli che gli debbono le proprie carriere milionarie, abbandonato dalla moglie stilista, che avrebbe fatto un bel po’ di quattrini grazie a lui, al produttore zozzone è rimasta la solidarietà della figlia e quella, più professionale, degli specialisti a cui si sarebbe affidato per curare la propria dipendenza dal sesso.

Non amiamo le dietrologie, soprattutto in casi come questo, dove il “dietro” da esaminare è più interessante di traversie giudiziarie balzate agli onori della cronaca solo perché il presunto sex offender e le presunte vittime sono pezzi grossi.

Però una domanda è obbligatoria: come mai tutto questo scandalo è scoppiato solo adesso? Sappiamo perché i media lo hanno raccontato non appena alla fila delle denuncianti si è accodata la Argento, buona ultima, anche in senso estetico, dopo Angelina Jolie e Gwyneth Paltrow, che Weinstein era nel mirino dei media dal 2004. Non da ieri quindi. E non di media qualsiasi, ma nientepopodimeno che dell’autorevolissimo New York Times, che aveva sguinzagliato alle costole del magnate della celluloide alcuni tra i suoi migliori segugi.

L’inchiesta, è stato anche detto, si sarebbe arenata perché le prove sperate non erano emerse. Ecco, perché il Nyt e non un tabloid si erano messi a scavare nella vita del potente Weinstein?

In qualsiasi redazione - tranne, appunto, quelle specializzate nei tabloid che vivono di queste cose - di vicende come quella di Weinstein si ride per gli stessi motivi per cui ne ha riso Farina. Nel migliore dei casi le inchieste di questo tipo vengono scartate perché, lo ripetiamo per l’ennesima volta, certe abitudini sono così inveterate da non fare quasi notizia.

Le cose cambiano se, invece, c’è qualche interesse di mezzo, soprattutto finanziario. E si sa che i flussi che alimentano il cinema spesso e volentieri sono gli stessi (e se non lo sono ci somigliano assai) che sostengono i media.

Ecco, la buttiamo lì: non è che ad Hollywood era ed è in corso una lotta di potere in cui Weinstein si è trovato stritolato? Non che Weinstein si è beccata “urbi et orbi” l’accusa di stupro perché, in realtà, ha perso in ben altre situazioni, magari più sordide ma meno appariscenti perché non c’era il sesso di mezzo?

Alle denunce a scoppio ritardato non crediamo troppo. Intendiamoci: crediamo che siano veritiere, ma dubitiamo della sincerità di chi le fa. È vero: tutte le denuncianti sono abituate a girare scollatissime sui red carpet e sui set di mezzo mondo e prendersi una solenne infreddatura con questi coté è facilissimo. Ma ciò non spiega certe raucedini durate anni, a volte decenni.

Non ce ne vogliano le femministe serie, che si dedicano alla difesa delle vittime vere, che non sono poche e subiscono spesso ricatti più gravi e stringenti di quelli denunciati dalla Argento e dalle sue più blasonate colleghe. Ma siamo convinti di una cosa: non c’è mondo in cui la donna sia meno rispettata che il cinema. Non c’è materia in cui l’immagine femminile sia ridotta a merce più della celluloide.

Questa non è una regola assoluta, forse. Ma è una regola comunque, difficile da confutare e, nonostante l’ipocrita riprovazione dei big, da abrogare.

Ora Weinstein paga per tutti. Ma siamo sicuri che questa operazione verità cambierà davvero le cose? E siamo sicuri che, più che di violenza, in questo caso, non si debba parlare di semplice malcostume?

Saverio Paletta

 

 

 

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