La Calabria s'intossica nelle acque dello Stige

Shock per la maxiretata sul versante ovest del Golfo di Taranto: 169 nel mirino degli inquirenti. Ma nel Profondo Sud è un'abitudine

Molte cose gli appassionati di cronaca forse le conoscevano già. La Dda e la Procura di Catanzaro hanno fatto il riassunto

I boss di Cirò avrebbero in mano praticamente tutto l'agroalimentare. Il settore trainante (e più finanziato) dell'economa della zona è davvero mafioso?

Nelle prossime ore, dopo i lanci esplosivi di tv e web, conosceremo i dettagli dell’operazione Stige, condotta dai carabinieri del Ros sotto il coordinamento della Procura e della Dda di Catanzaro.

Il resto è prevedibilmente da copione: le corpose carte processuali saranno sminuzzate, triturate, masticate alla meno peggio e poi pubblicate a rate sulle varie testate.

I cronisti di giudiziaria, compresi quelli che sanno lavorare per davvero, avranno di che “mangiare” per almeno 10 giorni, salvi colpi di scena e inclusi gli interrogatori di garanzia.

Non mancherà la retorica umanistica: siamo pronti a scommettere che in più d’uno aprirà il proprio “capocronaca” ricordano ai lettori, dopo una rapida scorsa a Wikipedia, che lo Stige è, nella mitologia grecolatina, uno dei cinque fiumi degli inferi.

Partiamo proprio da qui per fare una piccola considerazione: gli inferi pagani, se possibile, erano popolati più di quelli cristiani, perché il Paradiso, allora, era riservato agli eroi, che sono, in tutte le società, meno numerosi dei “puri” e dei “buoni”.

I numeri di Stige, 169 arrestati, ci dicono che di eroi nel “plantare” d’Italia, cioè la zona compresa tra il Cosentino e Crotone che si affaccia sul Golfo di Taranto, ce ne sono pochissimi. Già: se si considera la bassa densità di popolazione (tra Casabona e Mandatoriccio ci sono in totale circa 60mila anime, meno di un terzo degli abitanti della sola Reggio Calabria), il numero di ammanettati-indagati è enorme e potrebbe significare che un abitante su quattro ha a che fare, anche controvoglia, coi picciotti del potente clan Farao-Marincola.

Quasi quasi ci sarebbe da essere garantisti e sperare che gli inquirenti abbiano alzato la posta e puntato a casaccio i mirini per motivi di carriera, perché se invece le accuse fossero confermate, nessuno vieterebbe di pensare che questa zona d’Italia, sin troppo a lungo semidimenticata dallo Stato e dai grandi canali d’informazione, sia in realtà un pezzetto di quei Balcani ancora off limits attaccato per caso all’Occidente europeo.

Ad esempio Cirò, che finora era conosciuta come la patria del vino di qualità, inizierà a somigliare a una Pristina in miniatura, visto che il sindaco e il suo vice sono finiti in manette. E c’è da sentirsi peggio se si pensa al piccolo Mandatoriccio (circa 3.500 abitanti spalmati tra il livello del mare e una collina che raggiunge i 1,000 metri di altezza), che non aveva quasi mai fatto notizia perché si riteneva che la sua economia prevalentemente rurale lo tutelasse da certe infiltrazioni, che invece colpiscono le aree in sviluppo.

Invece, l’inghippo stava proprio qui: in quell’economia agricola su cui si pretendeva di basare il rilancio di aree che avevano conosciuto, male e in ritardo, l’industrializzazione (qualcuno ricorda le vicende della Pertusola?), creata artificialmente a botte di dop per promuovere i prodotti più disparati.

Un’economia, c’è da aggiungere, che seguiva le strade dell’emigrazione, che ha falcidiato per decenni e senza soluzione di continuità tutta la zona. Non a caso, la meta preferita di molti migranti della zona era, guarda caso, la Germania, dove i più si sono dati da fare alla grande nella ristorazione, a volte con un successo inspiegabile.

C’è altro da dire? In realtà tantissimo e ce lo racconteranno meglio i cronisti che si eserciteranno sulle carte di Stige.

Nel frattempo ci si può limitare a notare che se i capobastone controllavano la distribuzione di vino, olio d’oliva, pescato e semilavorati alimentari, ciò vuol dire che l’intera economia della zona, in maniera più o meno indiretta, era in mano ai picciotti del “Crimine”.

Quest’ultima espressione richiama eventi del passato: il “Crimine”, nel gergo della ’ndrangheta, indica la “centalina di comando” delle attività mafiose. E che, paradossalmente, il “Crimine” di Cosenza avesse sede a Cirò - detto altrimenti: fosse gestito dai clan cirotani - è risaputo da una ventina d’anni ed è emerso da almeno sei inchieste che hanno riguardato la fascia jonica calabrese e cosentina in particolare.

Stesso discorso per le commistioni mafiose nell’economia e nella politica, che pure erano emerse a tratti (qualcuno ricorda “Santa Tecla”?), e il filone che conduceva in Germania sulle strade dell’emigrazione, “storica” e recente, dalla Calabria.

Gli elementi per questo affondo c’erano tutti. La domanda sorge spontanea: doveva necessariamente intervenire Gratteri per districare i fili di un discorso iniziato anni fa e di cui, a pezzi e bocconi, erano già trapelate delle parti?

Il risultato è tragicamente banale: un’intera zona della Calabria prima si è desertificata e poi si è beccata, forse non immeritatamente, il marchio d’infamia.

Quel marchio che per anni si è tentato di coprire con altri marchi.

C’è da essere garantisti, ma più per pudore che per sensibilità. La festa, annunciata dai comunicati stampa a pioggia dedicati all’agroalimentare è finita.

La magistratura vada in fondo e incida il bubbone più che può: a questo punto lo deve a quella porzione, non si sa quanto maggioritaria ma comunque silenziosa, che si ostina a resistere e sopravvivere. Nonostante tutto.

Saverio Paletta

 

 

 

L'IndYgesto usa i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.