Giornalismi e vecchi merletti, Oliverio bacchetta la stampa

Secondo il governatore calabrese la stampa ha contribuito a creare un'immagine distorta in negativo della sua regione

Ma il malessere vero supera l'attenzione che i cronisti, dopo decenni di rimozioni, dedicano al Profondo Sud

Se la Calabria è la maglia nera d'Europa e le eccellenze e le positività non riescono a rialzarne le sorti è colpa dei giornalisti?

A sentirne le esternazioni al recente “Festival del giornalismo e dell’editoria emergente”, svoltosi tra Castrolibero e Cosenza con la benedizione dell’Università della Calabria, sembra che Mario Oliverio abbia scordato quasi del tutto cosa sia il giornalismo.

Quasi come se non si fosse fatto le ossa nel vecchio Pci, le cui sezioni funzionavano anche come uffici di corrispondenza dell’Unità (quello vero) e i cui quadri dirigenti crescevano a pane e controinformazione.

«La stragrande maggioranza di quanti non conoscono la Calabria e la osservano da lontano, leggendo ciò che passa attraverso la comunicazione, spesso si forma un pregiudizio negativo sulla nostra terra», ha dichiarato il presidente regionale durante l’intervista piuttosto “seduta” e confortevole fattagli da Piero Muscari, storyteller molto esperto in quelle narrazioni di confine, formalmente giornalistiche e sostanzialmente pubblicitarie. Il tutto sotto lo sguardo plaudente di Pino Aprile, difensore strenuo della revanche "suddista".

Già su questo ci sarebbe da ridire, sebbene argomentare in maniera incazzata su una frasetta sia un po’ capzioso.

Per fortuna il governatore ha soccorso i suoi critici con un’altra sequenza di affermazioni che ha dell’incredibile.

Eccola: «C’è uno stereotipo negativo che per tantissimi anni ha comunicato la Calabria in modo alterato e distorto. Nel dire questo non vorrei apparire retorico o portatore di una “calabresità” che rimuove i problemi, che ci sono e sono tanti e alcuni dei quali sono gravissimi e vanno guardati in faccia e combattuti con coraggio. Voglio dire soltanto che per un lunghissimo periodo di tempo la nostra terra è stata segnata da una comunicazione alterata e negativa, spesso non corrispondente alla realtà».

Siamo proprio sicuri che questa narrazione (dura ma più vera rispetto a chi parla solo di eccellenze) sia così distorta e alterata?

Certo, se qualcuno immagina il Messico di certi vecchi spaghetti western, la narrazione è distorta. Eccome. Se qualcuno si immagina scene degne delle guerre civili balcaniche, lo stereotipo alterato c’è tutto.

Però non è colpa di nessuno, tantomeno dei giornalisti che piombano sul territorio e raccontano a tutta l’Italia quel che succede nel Profondo Sud se la Calabria è quel che è: una regione sottopopolata che presenta disfunzioni degne di megalopoli e una criminalità (in colletto blu e bianco) che, in rapporto alla demografia, è superiore a quella di Milano o di Roma. Vogliamo continuare e dire che questa stessa regione nell’ultimo decennio ha perso oltre il dieci per cento della propria popolazione, emigrata con ritmi da dopoguerra? O anche questo è uno stereotipo? Vogliamo infierire e raccontare che molti amministratori calabresi hanno qualche conto di troppo, tra quelli in pagamento e quelli ancora da saldare, con la giustizia?

Diciamo tutto questo en passant perché anche noi, come il governatore Oliverio, non vogliamo apparire retorici né passare per anticalabresi allo stesso modo in cui lui non vuole sembrare «portatore di “calabresità”».

Si tranquillizzi, il governatore: quando la poca stampa rimasta in Calabria esprime critiche fa informazione e non comunicazione e stupisce che in un festival dedicato al giornalismo sfugga questa distinzione altrimenti elementare.

E se certe cose le fa il giornalismo non calabrese i calabresi per bene non possono che rallegrarsi: vuol dire che non sono più soli e che i problemi di questa terra (la nostra terra) interessano anche al di là del Pollino. Applausi, anche quando si fa solo killeraggio. Meglio questo di quel che accadeva prima, quando la Calabria stava male lo stesso ma non faceva notizia.

Già: anche quando va oltre le righe, il giornalismo fa solo il cane da guardia alla democrazia nell’interesse dei cittadini. E questo vale anche quando in quest’impresa si lanciano giornalisti improvvisati ed editori borderline. Ci sarebbe, semmai, da meravigliarsi se il giornalismo fosse dedito solo o soprattutto al racconto di “positività” ed “eccellenze”, vere o presunte.

Certo è che i giornalisti davvero impegnati nel loro lavoro hanno poco tempo per partecipare a festival patinati in cornici prestigiose col contorno di hostess piacenti: lo impiegano a raccontare i drammi del prossimo e, quando ci riescono, a fare i conti in tasca di chi governa gestendo i soldi di tutti. Anche dei cittadini del resto d’Europa, i cui fondi, sono stati inghiottiti a più riprese nei buchi neri creati da certa imprenditoria calabrese, magari con l’aiuto non disinteressato di certa politica.

Riformuliamo la domanda, per essere più chiari: è colpa di chi fa cronaca se la Calabria è tra le più grosse produttrici di cronaca e dà sin troppo da lavorare agli operatori dell’informazione? Ripetiamo: informazione e non “comunicazione”. Quest’ultima, semmai, spetterebbe proprio alla classe politica, che tuttavia in Calabria ha problemi seri coi congiuntivi oltre che coi contenuti.

Nessuna distorsione. Solo racconto. E dispiace seriamente che non coincida coi desiderata di chi comanda e tra poco non avrà più nessuno da comandare perché chi ha potuto se l’è data a gambe per tempo.

È vero: il giornalismo vive un brutto momento e il giornalismo calabrese non ha fatto a fondo il suo dovere. Ma da qui a criticare i giornalisti solo perché fanno i giornalisti ne corre.

È la stampa bellezza (anche se l’appellativo estetico non si adatta al governatore). E nemmeno Oliverio può farci niente. Non ancora, almeno.

Saverio Paletta

 

 

 

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