Una soluzione "autoritaria" per San Luca?

Il paesino aspromontano inizia il suo sesto anno di commissariamento. Persino i picciotti non vogliono più votare

Si è oltre l'emergenza democratica. La democrazia, più semplicemente, ha abbandonato il territorio. La politica è out

E allora: perché non potenziare la figura del commissario con una legge ad hoc? Alla fine dei conti, non ci salveranno le sparate di Klaus Davi

Precisiamo subito che non vogliamo fare provocazioni “fasciste”. Anzi: non vogliamo proprio provocare nessuno.

Il caso San Luca parla da solo e dice di più delle tante speculazioni mediatiche che vi sono state imbastite, non ultima quella di Klaus Davi che si è proposto come aspirante sindaco fuori tempo massimo.

Il paese dell’Aspromonte, balzato più volte nelle cronache per essere la “Mamma” della ’ndrangheta e, purtroppo, per averne esportato le pratiche sanguinarie nel cuore dell’Europa “bene”, ha raggiunto il livello zero della vita politica: l’impraticabilità democratica.

Nessuno, dopo cinque anni di commissariamento, ha voluto mettere la faccia per salvare San Luca. E tutto fa pensare che eventuali candidature sarebbero state inutili. Ovvero che le ipotetiche elezioni sarebbero finite come nel 2015, quando l’unica lista in campo non era riuscita a raggiungere il 50% dei voti. Cioè a raccattare le briciole di democrazia che l’ordinamento elemosina alle realtà più compromesse.

Così compromesse che forse neppure i boss e le loro teste di legno si sentono di impegnarsi oltre in una partita rischiosa, visto che le lenti degli inquirenti ormai sono iperfocalizzate.

Ci chiediamo: cosa è San Luca adesso? La domanda è retorica, la risposta decisamente meno: è un fazzoletto di terra, tra l’altro bellissimo, in cui la sfera pubblica si è autosospesa. È un paese che vive nel limbo di un commissariamento che si occupa di gestire l’ordinario e che, per la mancanza di una legittimazione democratica, non può programmare. Non può decidere il futuro.

Sotto la patina del commissariamento, che garantisce comunque la “tenuta” amministrativa e legale del sistema, il paese è abbandonato a sé stesso e i famigerati fori delle pallottole sul cartello stradale che hanno fatto il giro del mondo assumono un altro significato: sono il simbolo cruento della morte civile del paese. È così?

Non dobbiamo aver paura delle parole. Per questo dobbiamo avere il coraggio di dire che San Luca subisce una situazione autoritaria. Ma questa situazione autoritaria non sarebbe un male se fosse produttiva, cioè se fosse dotata dei poteri necessari a creare le precondizioni di uno sviluppo democratico, senza il quale le tanto acclamate autonomie locali sono solo una fonte di pericolo e di danno per le popolazioni, lasciate in balia di potentati locali spesso inefficienti, a volte inutili e, in casi estremi, dannosi.

Sappiamo che San Luca ha un problema. Ma dobbiamo evitare che questo problema diventi una metafora. Infatti: quanti altri potenziali San Luca esistono, non solo in Calabria e non solo nel Sud ma in tutta Italia, visto che la gramigna della criminalità organizzata è riuscita ad attecchire anche in territori insospettabili?

Se le cose stanno così, non sarebbe il caso che lo Stato si assumesse in pieno le proprie responsabilità?

Questa assunzione di responsabilità è meno pesante di quanto si immagini: basterebbe creare un commissario speciale e dotarlo della potestà del sindaco. Più qualche potere straordinario: ad esempio, la possibilità di rimuovere i funzionari sospetti o di denunciare e chiedere la contestuale rimozione gli eventuali responsabili del malaffare che si annidano nelle burocrazie comunali. Inoltre, sarebbe opportuno scegliere questo commissario tra i quadri dell’alta burocrazia dello Stato o tra gli ufficiali di carriera dei corpi militari e civili. L’ideale, infine, sarebbe applicare anche un criterio geografico: l’aspirante commissario dovrebbe provenire al di fuori del territorio e non avervi legame alcuno. Infine dovrebbe concertare le proprie iniziative col Ministero dell’Interno e risponderne alla Presidenza della Repubblica.

Un rimedio autoritario? Certo che lo è. Ma ancora una volta non dobbiamo avere paura delle parole: gli attuali commissari sono figure autoritarie, ma sostanzialmente inefficaci. Nei contesti totalmente degradati a livello politico occorre fare di più: tutelare il patrimonio minimo della convivenza civile, cioè quel nocciolo di libertà (individuali, di espressione del pensiero e di impresa) senza il quale la democrazia è una chimera. E questo è il primo dovere di uno Stato democratico.

Al riguardo, non sembri inutile una citazione da Corrado Alvaro, un sanlucota illustre: «La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile». Ecco, ripartiamo da San Luca per renderlo il punto di partenza delle cose e delle riforme da fare. E salviamolo dalla sua situazione di parametro di ciò che non va. Con buona pace dei massmediologi convertiti all’antimafia.

Saverio Paletta

 

 

 

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